Il GULCh (Gruppo Utenti Linux Cagliari), in collaborazione con il Dipartimento di Ingegneria Elettrica ed Elettronica (DIEE) della Facoltà di Ingegneria e l’amico Giovanni Battista Gallus, organizza a Cagliari il 27 Marzo 2006 un seminario intitolato “Libertà Digitali: Censure e DRM vs libertà dell’utente” che consiglio vivamente a quanti avranno la possibilità di partecipare.

L’Abstract in pillole:

Internet è stata percepita, per lungo tempo, come una sorta di zona franca, non soggetta a nessuna regolamentazione.
Da questa prospettiva (peraltro erronea) di assoluta libertà si è passati ad una sempre maggiore ingerenza della regolamentazione, sia a livello internazionale che nazionale; questa ingerenza ha subito, in tempi recenti, un’accelerazione esponenziale.

In particolare, possono individuarsi due grandi linee di tendenza:

  • La prima riguarda il tema della circolazione e utilizzazione delle opere dell’ingegno (in particolare, musica e video), in cui la libertà dell’utente finale viene ad essere sempre più limitata da sistemi di gestione dei diritti (i cosiddetti DRM), che hanno trovato la loro consacrazione nella EUCD (European Union Copyright directive), e nel D.lgs 68/03.
  • La seconda riguarda la compressione diretta della libertà in rete. Dopo i fatti dell’11 settembre sono infatti state introdotte, anche in Italia, svariate norme che tendono proprio a consentire un controllo capillare del traffico Internet, anche aldilà delle legittime esigenze di lotta al terrorismo.

La tendenza al controllo di tutte le attività in rete risulta anche chiarissima dalla “Legge Prestigiacomo” - legge 6 febbraio 2006, n. 38 - in materia di pedo-pornografia, che ha previsto l’obbligo per i providers di dotarsi di filtri idonei a prevenire l’accesso a siti “pericolosi”.

Oltre a ciò, si è assistito, più di recente, a veri e propri “oscuramenti” di siti non italiani, dedicati alle scommesse on-line, e ciò non sulla base di un provvedimento del giudice, ma in forza di un atto amministrativo, così come consentito da alcune norme della finanziaria 2006.

Nel seminario si cercheranno di analizzare tutte queste limitazioni, valutando fino a che punto si possa ancora parlare di effettiva libertà in rete.

Facoltà di Ingegneria - Dip. di Ing. Elettrica ed Elettronica
Aula C Biennio (ingresso Viale Merello) Cagliari


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1 Commento presente.

  1. lespine
    31 Mar 06
    11:52 am

    Elezioni e Digitale/ Le interviste di Punto Informatico.

    In vista delle prossime politiche, questo sito pubblicherà, brevi conversazioni con esponenti dei due schieramenti sulle questioni calde della rivoluzione digitale. Si comincia con la Rosa nel Pugno (Unione) rappresentata da Marco Cappato, membro della segreteria nazionale della Rosa nel Pugno.
    Ne riportiammo alcuni stralci:

    Punto Informatico: Avete dichiarato che nel programma della Rosa nel Pugno c’è l’abolizione della Legge Urbani…
    Marco Cappato: Non c’è solo l’abolizione della Urbani, ma anche un no secco alla brevettabilità del software, l’abolizione della SIAE e la riduzione a 20 anni dei tempi dei diritti d’autore. Personalmente mi sono autodenunciato per violazione pubblica della legge Urbani e ho denunciato lo stesso Ministero per non essere stato in grado di rispettare la sua legge nemmeno sul suo sito.

    PI: Sì, però non tutta l’Unione sembra concorde…
    MC: Emma Bonino ha presentato un emendamento al tavolo dell’Unione affinché l’abolizione della legge Urbani entrasse nel programma dell’Unione. La proposta non è passata, ma torneremo alla carica nel prossimo Parlamento.

    PI: Sulle cose della rete molti hanno vissuto questi anni come una sorta di accerchiamento delle promesse di Internet… Da dove ripartire?
    MC: Contro la brevettabilità del software bisogna rilanciare la mobilitazione a livello europeo. Un’altra legge da cambiare è quella sulla data retention, perché in questi anni l’emergenza sicurezza è stata utilizzata per indebolire il diritto alla privacy dei cittadini.
    Credo infine che lo Stato dovrebbe intervenire per evitare che il Digital Rights Management si imponga come uno standard tecnologico obbligatorio, che svuota il diritto alla proprietà privata non solo sui “programmi” o sulle apparecchiature multimediali, ma su tutti quei prodotti, sempre più numerosi, dall’auto agli elettrodomestici, che incorporano circuiti e codici.

    PI: Se ne parla molto ma l’impressione è che la classe politica italiana ne sappia poco: la disponibilità di banda larga in Italia è solo parziale, in molti soffrono ancora di una diseguaglianza che si delinea come vero e proprio digital divide all’interno del paese. Come affrontare questo problema?
    MC: La prima cosa è far funzionare il mercato, abbattere i cartelli oligopolistici della telefonia, ma anche i monopoli costruiti attraverso barriere commerciali e soprattutto tecnologiche.
    La diffusione di internet a livelli di massa è legata alla convergenza multimediale, in particolare attraverso Tv - digitale terrestre, satellite, cavo e internet - e telefoni. Un processo così importante non può essere affidato alla gentile concessione di attori che, per far fruttare il più a lungo le proprie posizioni dominanti, fanno di tutto per ritardare la possibilità del cittadino di accedere ai contenuti scegliendo liberamente tra le diverse piattaforme tecnologiche.
    Altro punto è quello dello sviluppo di WiFi e WiMax - evitando che mistificazioni della sicurezza antiterrorismo limitino e ritardino la diffusione, in particolare di progetti “aperti” come Fon - e promuovendo reti civiche WiFi gratuite, come negli Stati uniti sta accadendo da parte di alcune città.

    PI: Avete parlato più volte di open source nella Pubblica Amministrazione: è una questione molto sentita nel mondo del software italiano. Come pensate di muovervi per spingere il paese in questa direzione?
    MC: Per incentivarlo basterebbe far rispettare logiche di mercato, evitando sprechi e duplicazione di spese. La PA avrebbe incentivi formidabili a possedere il codice dei programmi su cui lavora, per poterli riutilizzare ad ogni livello amministrativo, anche valorizzando le proprie competenze informatiche interne. Questo significa che la PA deve avere diritto di modificare e ridistribuire il codice.
    Il software cosiddetto “a sorgente disponibile”, proposto da alcuni produttori, non è una soluzione adeguata, perché non permette la libera modifica e distribuzione. È necessario promuovere l’uso del vero open source, non solo nell’acquisizione di soluzioni pacchettizzate, ma soprattutto nello sviluppo di customizzazioni e di programmi ad hoc per la PA.
    La Direttiva Stanca del 2003 non è abbastanza chiara al proposito.
    Occorre anche garantire che i meccanismi di appalto di servizi informatici nella PA siano imparziali rispetto ai fornitori di software e non perpetuino rendite monopolistiche. Tanti programmatori e fornitori di servizi italiani sono oggi in grado di competere con i più noti colossi dell’informatica, proprio grazie al software open source.

Esperto di Sicurezza sembra pretenzioso... Uffa! Diciamo allora piccolo blog di intrattenimento di Matteo G.P. Flora (aka LK) sperduto passeggero della rete, poeta, (poco) santo, e navigatore... E se proprio siete curiosi...

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